TITOLO: Il processo di Tokyo, la Seconda Guerra Mondiale a giudizio
AUTORE: Gary J. Bass
CASA EDITRICE: Mondadori
PAGINE: 852
COSTO: 32 €
ANNO: 2025
FORMATO: 24 cm X 16 cm
REPEPRIBILITA': disponibile nelle librerie di Milano
CODICE ISBN: 9788804759300
A pagina 18 l'autore avverte:
"Questo è un libro lungo, e lo è necessariamente.
Cerca di documentare il funzionamento interno del processo di Tokyo, i suoi aspetti giuridici e politici e la lunga ombra che ha gettato. "
Infatti le pagine ammontano a 852, comprese le note e la bibliografia, senza queste ultime, la parte leggibile è di solo di 715 pagine ^_^
Tutto il libro è scritto in maniera comprensibilissima, non pesante, scorrevole.
Nel caso non si fosse mai letto nulla sul processo di Tokyo questo saggio è più che esaustivo, se, invece, non si fosse mai letto nulla sulla Guerra del Pacifico, qualcosa potrebbe mancare, per quanto l'autore cerca sempre di dare un contesto della situazione prima, durante e dopo il conflitto.
Alcune parti inerenti i crimini disumani commessi dal Giappone non sono molto presenti, ma solo perché non vennero presi in esame da questo processo. Per esempio quello che concerne la "Unita 731", di cui l'autore dà conto lo stesso, anche se venne nascosta come prova a carico degli imputati.
Inserisco a fine recensione i link diretti ad altre mie recensione sui crimini commessi dall'esercito Imperiale, a cui vanno aggiunti quelli su "Hirohito".
Il saggio approfondisce tre argomenti principali:
lo scontro tra eserciti; lo scontro tra imperi; lo scontro tra ideali.
E' ovviamente impossibile, almeno per me, dare conto di un volume tanto dettagliato, cercherò di riportare gli argomenti cardine di ogni capitolo, con l'ausilio di alcune scan riguardanti talune tematiche.
Lo scopo è quello di dare la parola direttamente all'autore, senza mie elucubrazioni a caso.
L'indice (a fine post), riporta i titoli anche i singoli paragrafi, cosa che aiuta a capirne un po' i contenuti.
Consiglio vivamente di acquistare il tomo.
In particolare ho inserito immagini delle pagine per quello che riguarda la tragica figura dell'Imperatore, visto che sul web mi è capitato (più volte di quello che sarebbe stato logico che capitasse) trovare difensori a spada tratta di Hirohito. Il fatto che venne risparmiato per una questione di realistica tenuta dello Stato giapponese dopo la resa è un fatto, che lo si sia trasformato in un fervente pacifista ex post è una di quelle ingiustizie proseguite anche dopo la fine della guerra. Già è irritante leggerlo negli scritti nipponici, ma dagli italiani fa fin ridere T_T

Capitolo 1
Viene spiegato come si formò l'idea di un processo sia a Norimberga che a Tokyo contro i crimini di guerra tedeschi e giapponesi (gli italiani no, tutti "brava gente"...), cosa non scontata, in quanti molti tra i vincitori volevano procedere ad esecuzioni capitali senza processo.
Sono riportati i vari punti di vista e le contraddizioni, tra cui il trattamento riservato ai cittadini nippoamericani internati negli USA.
Capitolo 2
Il capitolo inizia con la morte di Roosevelt e il passaggio di consegne a Truman, con tutte le incognite del caso di un nuovo Presidente pressoché all'oscuro di molte questioni inerenti il versante asiatico della guerra.
Viene trattata la battaglia di Okinawa, della resa tedesca e dello sviluppo finale della bomba atomica, allo scopo di evitare l'invasione di terra del Giappone.
Capitolo 3
Sono riportate le discussioni su come far accettare al Giappone la resa incondizionata, gli schieramenti differenti, le opzioni dell'invasione di terra del Giappone o l'uso delle atomiche.
Viene esposta la cronaca della dichiarazione di Potsdam.
Capitolo 4
Dopo il rifiuto nipponico alla resa incondizionata, l'uso delle atomiche venne confermato. Ne viene ripercorsa la preparazione e l'azione sul campo, a cui seguì la resa nipponica (alla seconda atomica, non alla prima...).
Capitolo 5
Il capitolo comincia con l'arrivo in Giappone di Douglas MacArthur e la firma della resa sulla Missouri. Come sempre sono riportati nel particolare tutti i fatti, aneddoti i citazioni dei protagonisti.
E' descritto come venne attuata l'occupazione del suolo giapponese, le difficoltà, la situazione sociale della popolazione.
Già in questa fase si avvia la deresponsabilizzazione morale e legale di Hirohito, trasformandolo in un pacifista in balia della cricca militarista, che cercò di opporsi al loro, ma fu (più e più volte) ingannato. Lo scopo finale era evitare una sommossa popolare in caso di una esecuzione di Hirohito e permettere agli USA di mantenere il minor numero di soldati ad occupare il paese.
Capitolo 6
Viene ripercorsa la frenetica attività giapponese atta ad eliminare i documenti compromettenti, che potevano provare una responsabilità di Hirohito, dei vertici militari e civili. Fina da prima della fine della guerra era stato dato l'ordine di bruciare i documenti compromettenti in tutti i teatri di guerra e l'attività proseguì anche con MacArthur insediatosi a Tokyo.
A titolo d'esempio i registri ufficiali dei reparti militari che "conquistarono" Nanchino non sono stati ancora trovati o pubblicati.
Sono riportati i vari arresti eseguiti dalla polizia militare USA, ma anche i personaggi che sfuggirono all'arresto per la protezione dell'Imperatore o statunitense.
Fare realmente piazza pulita dei responsabili dei tanti massacri era arduo, sia per la distruzione dei documenti, sia per l'entusiasmo e l'abdicazione con cui i giapponesi avevano eseguito gli ordini. Si decise, quindi, di individuare il gruppo di comando civile e militare, ma senza coinvolgere i nobili, gli imprenditori e gli ufficiali.
Un paragrafo specifico si addentra nella strategia statunitense per sollevare Hirohito da ogni responsabilità.
Viene esposto anche l'incontro tra MacArthur ed Hirohito, che sancì la sua impunità e quella di tutti gli appartenenti alla famiglia imperiale.
La magnanimità di MacArthur non si estese ai suoi due nemici dell'esercito nipponico che occuparono le Filippine e lo scacciarono: il generale Yamashita Tomoyuki e il tenente generale Homma Masaharu.
Per questi due venne istituito un tribunale a Manila, senza tutte le tutele legali di quello prossimo venturo di Tokyo, il processo durò sette settimane e vide la condanna a morte di entrambi.
Capitolo 7
Il capitolo si concentra sulla figura del giudice cinese Mei Ruao, che ebbe il merito di spostare il focus del tribunale sui crimini nipponici verso gli asiatici. Viene ripercorsa l'invasione giapponese della Cina nel 1931 e soprattutto nel 1937.
Capitolo 8
Il primo gennaio 1946 l'Imperatore dichiarò pubblicamente di non essere un Dio.
Viene quindi illustrata la situazione economica, sociale e politica in Giappone.
Il 19 gennaio 1946, con l'Ordine Generale n° 1, MacArthur istituì il tribunale di Tokyo, chiedendo alle nazioni alleate partecipanti al processo con giudici di stilare una lista di criminali di guerra.
L'Australia inserì Hirohito, ma gli USA si opposero.
Agli inizi del 1946 Hirohito scrisse una memoria sulle sue decisioni prima e durante la guerra, in cui in pratica si autoassolveva quasi su tutto, la inviò alle autorità USA, che la tennero segreta. A titolo di esempio della sua memoria scritta, basterebbe valutare che non toccò mai l'argomento dei crimini perpetrati dal suo esercito, neppure a Nanchino, non citò mai lo zio, il principe Asaka Yasuhiko, che comandò le truppe di Nanchino.
Capitolo 9
Sono illustrate le figure degli altri giudici del tribunale di Tokyo, il giudice Mei è di nuovo trattato.
Il capitolo si conclude con la presentazione dei capi d'accusa, e quindi l'inizio del processo.
Tra le tante lacune/omissioni da segnalare quella sugli stupri, poco inseriti come crimine, nonostante erano la prassi degli occupanti giapponesi e quella dell'Unità 731, il cui capo (Shiro Ishii) aveva già preso accordi con gli USA per dare loro i risultati delle loro "ricerche" (sugli umani) in cambio dell'impunità.
Capitolo 10
3 maggio 1946.
Da questo capitolo in poi è arduo dal contro di cosa vi sia riportato, è un processo...
E' molto presente il punto di vista del giudice cinese, sovente si fa notare l'inadeguatezza del procuratore capo (statunitense) Keenan.
Il giudice statunitense si ritirò subito dal processo, una volta compreso che sarebbe durato a lungo. Venne sostituito dal maggior generale Myron Cramer, che si era occupato del processo di Norimberga, il fatto sollevò proteste da parte della difesa, che chiese l'annullamento del processo.
Con l'opposizione di quasi tutti i procuratori delle altre nazioni, lo statunitense Keenan sollevò Hirohito da ogni responsabilità.
Capitolo 11
Il capitolo inizia con un focus molto dettagliato sul giudice indiano Radhabinod Pal, che si oppose alla condanna degli imputati e considerava illegittimo lo stesso tribunale e le accuse mosse (basandosi sul Diritto Interazionale per come lo valutava lui).
Il capitolo tratta i concetti di panasiatismo prima e durante la guerra, annotando speranze, dubbi e tradimenti riguardo al successo dell'Impero nipponico.
Inizialmente, per i popoli asiatici assoggettati dai colonialisti occidentali, le conquiste giapponesi potevano essere viste come una liberazione da parte di un fratello asiatico. Le cose cambiarono nell'appurare che un padrone era stato sostituito da un altro, talvolta fin peggiore.
Gandi e Nehru, pur essendo ostili agli inglesi, non volevano finire sotto il gioco giapponese. Un altro leader indiano, Subah Chandra Bose, parteggiò per i giapponesi. Sono descritti i suoi rapporti e le alleanze con Hitler e Togo.
Viene illustrata la posizione del giudice indiano Pal in rapporto a questi leader del suo paese.
Gli Usa non volevano troppi giudici nella corte del processo di Tokyo, in particolare non ne volevano uno indiano ed uno filippino, ma visto il numero di soldati indiani che partecipò alla guerra del Pacifico e alle distruzioni subite dai filippini, dovettero accettarli.
L'India ebbe difficoltà ad indicare un giudice, Pal fu un ripiego, non essendo un piantagrane (almeno fino al processo di Tokyo), superò la veloce selezione britannica. Il giudice indiano si unì alla Corte a processo già cominciato, il 14 maggio 1946.

Capitolo 12
Viene illustrata la figura del giudice filippino, Delfin Jaranilla, che fu tra i soldati sopravvissuti alla marcia della morte di Bataan, quindi non tanto amico dei giapponesi.
Segue la ricostruzione della prima (1931) invasione della Manciuria cinese e della seconda (1937) Cina continentale.
E' riportata la testimonianza di tre ex Primi Ministri nipponici che si erano dovuti chinare alle mire dei militaristi sulla Cina:
Shideahara Kijuro; Wakatsuki Reijiro; Okada Keisuke.
Testimoniò anche il figlio del Primi Ministro Inukai Tsuyoshi, che venne ucciso dai militari nel maggio 1932, proprio perché contrario all'invasione della Cina.
Il documento più importante per l'accusa fu il diario del marchese Kido Koichi, che annotava i resoconti dei dialoghi con l'Imperatore (15 volumi) in qualità di "Custode del Sigillo Privato".
Testimoniò anche l'Imperatore dello Stato fantoccio del Manchukuo nipponico, Pu Yi, l'ultimo Imperatore della dinastia Qing in Cina.
Capitolo 13
Per il governo nazionalista cinese di Chiang Kai-shek fu un grosso problema rinvenire prove materiali delle moltitudini di massacri giapponesi in Cina commessi in 14 anni di guerra d'invasione. La struttura dello Stato era semi distrutta, reperire i documenti (sopravvissuti alla loro distruzione da parte dei giapponesi) e testimonianze fu difficoltoso. Troppo poco tempo a disposizione, tropo poco personale in un area vastissima. Una parziale eccezione fu il massacro di Nanchino, il cui paragrafo è peggio di un film dell'orrore.
I documenti cinesi rinvenuti al momento del processo erano così scarsi che pure il Principe Asaka Yasuhiko, che sostituì il generale Matsui come capo della guarnigione di Nanchino, sfuggi a qualsiasi accusa. Ovviamente accusare il Principe Asaka avrebbe implicato accusare la dinastia imperiale, visto che era legato al Principe Mikasa, fratello di Hirohito.
Vengono riportate le testimonianze degli statunitensi che lavoravano a Nanchino, gli stessi che avevano tentato di salvare la popolazione cinese dalla furia nipponica, facendo leva sul loro status di Occidentali/bianchi.


Capitolo 14
Il capitolo affronta l'accusa riguardante l'attacco nipponico a Pearl Harbor e alle altre colonie asiatiche inglesi ed olandesi.
L'accusa si concentrò molto sull'attacco agli USA, rispetto ad altri crimini nipponici (per esempio quelli in Cina).
Viene indagata l'alleanza anticomunista con tedeschi (soprattutto) ed italiani, con relativi obiettivi comuni e divergenti.
Si ripercorre la decisione giapponese di attaccare gli USA, sia in base ai documenti disponibili per il processo di Tokyo che successivi.
Sono riportate le contraddizioni delle nazioni vincitrici riguardanti le loro colonie asiatiche. Si sottolineano i crimini sovietici perpetrati contro Finlandia, repubbliche Baltiche, Polonia e i milioni di morti ucraini per carestia. Considerando anche che l'Armata Rossa stazionava ancora in Manciuria contro ogni trattato esistente.

Capitolo 15
Viene preso in considerazione il trattamento riservato ai prigionieri di guerra da parte dei giapponesi.
A pagina 316 (qui sopra) sono riportati i freddi numeri dei prigionieri morti che erano in mano ai giapponesi, messi a confronti con i prigionieri tenuti dai tedeschi ed italiani.
Le cause di questo massacro di soldati prigionieri furono molteplici:
il disprezzo nipponico per chi si arrendeva; la non conoscenza da parte di ufficiali e sottoufficiali delle norme basilari della Convenzione di Ginevra (che i giapponesi avevano firmato e non ratificato, ma che si erano impegnati a rispettare) e della convenzione dell'Aia (firmata e ratificata); la mancanza di truppe specifiche per gestire i prigionieri; la carenza di strutture e rifornimenti; la necessità di mano d'opera; la convinzione di essere una razza superiore (discendente direttamente dal Dio Imperatore Hirohito); la consuetudine ad una disciplina violenta anche all'interno dell'esercito nipponico.
Vengono esposti i casi più famigerati, tra cui il cannibalismo (scan qui sotto).

Capitolo 16
Una volta conclusasi l'esposizione delle prove da parte dell'accusa, gli undici giudici della corte iniziarono a dibattere. Questo capitolo illustra il clima tra di loro, cosa pensassero, i dissidi, le questioni inerenti il diritto legale internazionale in tempo di guerra.
Il fulcro di una delle controversie più importanti era se un tale tribunale potesse perseguire l'aver iniziato una guerra d'aggressione (da parte del Giappone) come crimine di guerra.
Il capitolo spiega argomenti pro e contro.
Capitolo 17
E' proposta la tesi delle difese a discolpa degli imputati, in primis l'illegittimità stessa del tribunale ad esistere e l'inesistenza giuridica del reato di "guerra d'aggressione".
Vengono spiegate le difficoltà materiali a cui gli avvocati difensori dovevano porre rimedio:
dialogo arduo tra avvocati statunitensi e giapponesi; non conoscenza del diritto anglosassone da parte di quelli nipponici; scarsità di personale, traduttori, mezzi e denaro; poco tempo per consultare gli atti dell'accusa.
Anche involontariamente alcune arringhe dell'accusa ponevano l'attenzione sulle decisioni o omissioni di Hirohito.
Viene dato conto della difesa dell'esperto avvocato Kiyose Ichiro, difensore di Tojo, le cui considerazioni sono ancora oggi usate dagli esponenti della destra e dai nazionalisti.

Capitolo 18
Si approfondiscono ampiamente vari dissidi tra gli undici giudici della corte, in particolare tra il giudice capo Webb (australiano) e gli altri.
Un paragrafo è dedicato ad uno dei crimini più gravi commessi in Cina dai giapponesi, ciò che concerneva le operazioni della famigerata "Unità 731" del generale Ishii.
Peccato che gli USA (e neppure l'URSS) non avessero fornito alcun documento alla corte su gli esperimenti giapponesi sugli umani svoltosi in Cina né sugli attacchi chimici e batteriologici inferti alla popolazione cinese.
Capitolo 19
Ci si concentra su come la difesa discolpò gli imputati per i crimini commessi in Cina, cioè negare sempre che fossero successi e nel caso non si potesse, minimizzare:
l'intervento in Cina era stato motivato solo per difendersi dai comunisti.

Capitolo 20
Sono ancora trattati gli argomenti usati dalla difesa a discolpa degli imputati.
Si illustrano i due scontri tra Giappone ed URSS nel 1938 e 1939, che non degenerarono in una guerra dichiarata, a causa di queste due battaglie l'URSS pretendeva di essere la maggiore vittima dell'imperialismo giapponese.
Ci si concentra molto sull'attacco a sorpresa giapponese a Pearl Harbor.
Infine su come gli avvocati difesero gli imputati dalle accuse per i maltrattamenti, torture, lavori forzati ed uccisioni dei prigionieri militari e civili.
La difesa faceva quello che poteva, negava ogni responsabilità.


Capitolo 21
In questa fase del processo, dopo accusa e difesa, tocco alle testimonianze dirette degli imputati.
Il problema per la difesa fu che quando l'omicidio, lo stupro ed il saccheggio erano la norma tra i soldati nipponici, se ne vantavano anche nelle lettere.
La testimonianza di Kido Koichi (Custode del Sigillo Imperiale) fungeva da testimonianza indiretta di Hirohito, che in quel tribunale mai entrò.
I diari di Kido erano la prova, ignorata per ordine di MacArthur, che Hirohito era il più colpevole di tutti. Il paragrafo sull'Imperatore rende chiaramente l'idea di quanto fosse stato "pacifista" e di quanto poco sapesse dei crimini di guerra.
Il giudice capo Webb non riuscì a trattenere l'indignazione per le manovre del procuratore capo Keenan atte a non chiamare mai in causa Hirohito.
Nelle scan delle pagine (fino alla 464) appena qui sopra e sotto, vari stralci su questo argomento imperiale.

Capitolo 22
Il capitolo si focalizza sulle testimonianze di alcuni imputati, tra cui il ministro degli esteri al momento dell'attacco a Pearl Harbor, Togo Shigenori.

Capitolo 23
E' la volta di Tojo di testimoniare.
Più volte l'autore sottolinea l'incompetenza del procuratore capo statunitense Keenan (anche dedito all'alcol), che durante l'interrogatorio riuscì a far passare Tojo per fiero servitore del Giappone.
Capitolo 24
Si fa il punto della situazione internazionale verso la fine del processo, dove l'URSS conquistava sempre più spazio ed influenza.
Il saggio illustra l'entrata in scena di George Kennan (da non confondersi con il procuratore capo Keenan), diplomatico ed ambasciatore, fautore della "inversione di rotta", cioè della fine dell'idea di creare un Giappone totalmente democratico epurando del tutto i giapponesi collusi col regime. Serviva un Giappone anticomunista e gli anticomunisti del precedente regime sarebbero tornati utili.
Viene spiegato come Kennan convinse MacArthur e cosa nello specifico cambiò nella strategia USA in Giappone.
Capitolo 25
Sono ripercorse le fasi del dibattito tra gli undici giudici per approntare la sentenza finale, comprese le posizioni dei giudici di maggioranza e i dissensi degli altri. Il tutto, comprese le decisioni finali sui singoli imputati, riportato in maniera chiara ed esaustiva (come tutto il resto del saggio).
Nel contempo, anche in ottemperanza della nuova dottrina dell'inversione di rotta, i criminali di guerra di classe "A" rimasti fuori dal processo vennero retrocessi a criminali di classe "B" o "C" e si decise che dopo questo processo non ve ne sarebbero stati altri, liberando tutti gli imputati non ancora processati.

Capitolo 26
Il 4 novembre 1948 (dopo due anni e mezzo) venne letta da Webb la sentenza.
MacArthur temeva che Hirohito, viste le condanne di tutti i suoi diretti sottoposti e ministri, si potesse dimettere o peggio suicidare.
Come nei capitoli precedenti sono sottolineate anche le decisioni opinabili o palesemente ingiuste, sia per quanto riguarda condanne o assoluzioni/non processati.
Capitolo 27
Il 12 novembre 1948, dopo la lunga lettura della sentenza, vennero dichiarati i singoli verdetti dei 25 imputati.
Capitolo 28
Si entra di nuovo nel dettaglio dei vari dissensi tra i giudici in merito alle posizioni dei singoli verdetti finali e della stessa legittimità della corte.
Vengono esposti i motivi che avrebbero dovuto portare Hirohito alla sbarra.
Capitolo 29
Il giudice che espresse un totale dissenso sia verso la giurisdizione ed esistenza della corte che verso i verdetti finali, fu il giudice indiano Pal..
Le 1200 pagine del dissenso scritto del giudice indiano sono, ancora oggi, parte del bagaglio negazionista dei nazionalisti nipponici.
La posizione di Pal lasciò perplesso anche il neo governo indiano, che facendo parte dell'impero britannico durante la guerra aveva pur combattuto contro i giapponesi.
L'autore fa notare anche le tante contraddizioni delle tesi assolutorie di Pal verso il Giappone e gli imputati.
Dato che Pal contestava anche la legittimità stessa del tribunale, più volte i colleghi e gli osservatori si chiesero perché avesse accettato di partecipare ad un processo che riteneva illegale.
Capitolo 30
Gli avvocati della difesa si appellarono a MacArthur per la revisione della pena inflitta, l'unico che poteva intervenire. Questi, dopo una consultazione con le undici nazioni che avevano partecipato al processo con dei giudici, le confermò tutte.
Sono riportati gli ultimi giorni di vita dei sette condannati a morte.
Capitolo 31
Viene espletata la cronaca dei momenti precedenti alle esecuzioni.
Con la fine dell'occupazione statunitense il 28 aprile 1952 iniziarono le richieste di riduzione delle pene per tutti i condannati di classe "A-B-C" in tutto il Giappone.
Nel trattato che ridava al Giappone l'autogoverno, gli USA avevano inserito una clausola che li obbligava a chiedere il consenso dei paesi alleati prima di ridurre le pene.
Capitolo 32
Ci si sofferma sulle dichiarazioni ed atti del giudice indiano Pal negli ani successivi, compreso come venne sfruttato dai nazionalisti giapponesi ed estremisti di destra.
Capitolo 33
Il capitolo racconta della vita di un altro giudice dopo che il processo fu terminato, quello del giudice cinese (nazionalista) Mei.
Mei dovette scegliere tra il rifugiarsi con gli altri nazionalisti di Chiang Kai-shek a Taiwan oppure accettare l'invito dei vincenti comunisti a restare nella Cina continentale.
Scelse la seconda, probabilmente per non lasciare da soli i genitori, l'autore ne narra le vicissitudini.
Anche Mei, come Pal, venne usato nel suo ruolo di giudice del processo di Tokyo contro gli invasori nipponici a scopo di propaganda anti giapponese, ma la sua sorte fu molto meno tranquilla del giudice indiano. In alcuni periodi tornò utile alla propaganda, poi venne dimenticato, e quindi negli ultimi decenni è ritornato utile da postumo all'attuale regime cinese.
Capitolo molto interessante.

Epilogo
L'autore intervista Tojo Hidetoshi, bisnipote 42enne del condannato Tojo, lo scopo è dare uno spaccato di quanto quel processo servì a far capire ai giapponesi i crimini commessi dal loro esercito e dai loro governanti (non tantissimo, a quanto pare...).
Viene spiegata la strategia della destra nazionalistica giapponese di far passare il Giappone come vittima della guerra del Pacifico, che infine subì anche l'olocausto atomico.
E' riportato come i criminali di classe "A" liberati (vedi immagini qua sopra) iniziarono l'opera di demonizzazione del processo di Tokyo, basta ricordarsi che uno di loro divenne addirittura Primo Ministro...
Viene ben approfondita la questione delle visite ufficiali e non da parte dei governanti al santuario "Yasukuni" .
L'indice del saggio che contempla anche i titoli dei singoli paragrafi.

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