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giovedì 13 marzo 2014

La camera dei bambini – Cinema, mass media, fumetti, educazione



TITOLO: La camera dei bambini – Cinema, mass media, fumetti, educazione
AUTORE: Antonio Faeti
CASA EDITRICE: Edizioni Dedalo
PAGINE: 269
COSTO: 12 €
ANNO: 1983
FORMATO: 21 cm X 14 cm
REPERIBILITA':Presso il libreria Hoepli di Milano
CODICE ISBN: ISBN 9788822050120


Il saggio di Faeti l'ho inserito assieme a tutti gli altri saggi sugli anime, in realtà non è il tema principale del libro, che è di carattere pedagogico, incentrato su quali siano i contenuti del materiale multimediale dedicato ai bambini, e di come i bambini ne fruiscano. Inoltre gli anime sono citati e valutati spesso in relazione ad articoli giornalistici, quindi rientra anche nella categoria di temi dell'Emeroteca anime. Il libro è stato pubblicato nel 1983, ed è tra i primi in Italia che prendono in esame gli anime, Gianni Rodari in un scritto del 1981 ne trattava, ma solo di sfuggita: 

Esiste un saggio antecedente di Fernando Rotondo e Renata Gostoli, sempre inerente le pubblicazioni per ragazzi, che nel titolo presenta addirittura Goldrake, “Da Cuore a Goldrake”, ma in realtà nei contenuti i cartoni animati giapponesi sono presi in considerazione solo dal punto di vista editoriale (libri e riviste che vennero pubblicati sull'onda del successo televisivo), senza una particolare analisi dei contenuti:
Da Cuore a Goldrake 

Quindi il libro di Faeti lo si può considerare la prima parziale, molto parziale, analisi saggistica dei “cartoons giapponesi”, come li nomina lui, e da questo già si capisce con quanta conoscenza del fenomeno se ne discetterà.
Questa mia recensione non riguarderà il contenuto di tutto il saggio, su cui sono poco ferrato (ammesso io sia ferrato in qualcosa...), ma specificatamente sulle citazioni e i commenti dell'autore inerenti gli anime.
Faeti parte subito bene già nell'introduzione, dolendosi che una mostra da lui curata (“Annitrenta”) sulla visività degli anni 30 fu tacciata di “alto tasso di fascismo”, tira in ballo la povera “Jenny la tennista” per dimostrarne la violenza.
Intanto il "servizio tornado" non era la skill di tutte le tenniste, ma solo di alcune, sarebbe bastato guardare 4 puntae di seguito per rendersene conto, visto che si voleva inserire Jenny addirittura in un saggio sui libri per bambini/ragazzi.
Però l'autore afferma appena dopo di averne viste alcune di queste puntate, forse non le aveva capite. Non mi pare proprio che in Jenny lo scopo fosse fare male alle avversarie, era vincere, primeggiare, e in quale altro modo si poteva rendere interessante uno sport come il tennis se non creando del pathos (non ansia...) e dei colpi speciali? Forse Faeti dimentica John McEnroe, che nei suoi scatti di nervi era, lui si, un pelino violento.



Se ho capito bene nell'introduzione viene espresso il timore che i mass media stessero, consapevolmente o meno, inculcando alle nuove generazioni ideali fascisti. Esempi, presi dalla cronaca di allora, erano, oltre ai “cartoons giapponesi”, l'esaltazione patriottica per la vittoria del Mundial spagnolo nel 1982, la disperazione popolare per la “bella morte” del corridore Villeneuve.
Se personalmente non ritengo che gli anime fossero portatori di questa ideologia, non c'è dubbio che nel complesso la televisione abbia modificato in peggio la società, ed i risultati li abbiamo visti dagli anni 90 ad oggi...

Capitolo 1:  La camera dei bambini
Mi par di intuire che in questo primo capitolo si cerchi di capire in che modo e con quali risultati finali il bambino elabori le storie viste e lette sui mass media. Vengono criticati alcuni film “di bambini” del periodo, come “Kramer contro Kramer”, “La guerra delle patate”, “Il campione”. La critica è rivolta anche ai giornalisti, riportando i loro commenti (errati per l'autore) sui quotidiani, questo aspetto mi ha fatto sentire meno in colpa per i giudizi che mi permetterò di dare riguardo a come Faeti valuta gli anime.

Capitolo 2: Dell'aerografo nel sognato alone
Viene spiegato il termine “artefatto comunicativo”, coniato d Giovanni Anceschi:
Artefatto comunicativo può infatti dirsi qualunque prodotto che nasca dall'artificio, e non si sia quindi “formato in natura”, e possa situarsi nell'ambito della comunicazione. In questo senso, se un'illustrazione viene definita “artefatto comunicativo”, può, nel momento stesso in cui passa dal termine consueto al nuovo, immergersi proprio nel denso contesto a cui si accennava prima. Sono “artefatti comunicativi”: l'orologio da polso, la mappa topografica di una città, il singolo apparecchio telefonico, la guida di consultazione e la rete dei servizi telefonici. E sono “artefatti comunicativi” tanto l'illustrazione quanto il libro o il periodico in cui essa viene pubblicata.”.
Ed “artefatti comunicativi sono, ovviamente, i prodotti della Toei Animation.
Veramente non comprendo che nesso ci possa essere tra la figura sotto (la numero 11 citata ad esempio nel libro) e Goldrake o Mazinga, sarei curioso di vederlo quel libro di Masakane Yonekura di cui parla Faeti. Ho fatto una ricerca sul web, purtroppo immagini non se ne trovano, però ho scoperto l'evento in cui l'autore lo vide,  durante il quale "Takeru" di Masakane Yonekura nel 1977(!) vinse il premio "Premio Grafico Fiera di Bologna per la Gioventù", quindi un premio per la grafica (fonte ). 
Ma i "cartoons giapponesi" erano più mal disegnati di quelli della Hanna & Barbera o di quelli della Warner Bross? La Heidi di Takahata e Miyazaki era così brutta? 
Anche Faeti ripete la fandonia dei cartoni animati giapponesi computerizzati, un accenno non poteva mancare.






Di nuovo non vedo proprio il nesso tra il tratto del disegno in Candy Candy ed una stampa di epoca Meiji riguardante i sovrani europei. Non vedo proprio cosa provi, mistero...





Almeno Faeti non ha dubbi a considerare, a distanza di tre anni, "ambigua e vetusta" la denuncia dei genitori di Imola (e fossano), non è una cosa scontata, visto quanti ci andarono a nozze. Però, per non rischiare di essere considerato tropo filo "cartoni animati giapponesi" l'autore utlizza i primi manga pubblicati in Italia su Eureka per una polemica che va oltre le mie capacità culturali, ergo non mi esprimo. L'unica cosa che potrei dire è che il manga di Shotaro Ishimori è, se non sbaglio, dedicato ad un target di età differente da quello di Goldrake e Mazinga, come tutti i manga che pubblicò nelle sua pagina la rivista Eureka, ma forse questo Faeti non lo sapeva.






Faeti scova un articolo su Penthouse, in questo squarcio di articolo, che viene riportato, i giornalisti analizzano il valore dell'immagine nei cartoni animati giapponesi, magari avranno avuto pure ragione, però mi chiedo in base a cosa, secondo l'autore, Penthouse sarebbe stata qualificata a fare un'analisi appropriata degli anime. Perchè mettevano le donnine biotte in copertina? 

Edit del 26 marzo 2016:
Successivamente ho scovato l'articolo a cui si riferisce Faeti su Penthouse:
"Favole della galassia", di Raul Alvarez e Massimo Buscema - Penthouse luglio 1981  



L'articolo di Alvarez e Busceama, che inizia nella scan sopra, compiva, a mio avviso, sempre il solito errore di paragonare i cartoni Disney a quelli giapponesi, errore, di conseguennza, commesso anche da Faeti.
Tutti e tre, e non solo loro, mettevano a confronto dei cartoni prodotti solo per il cinema (ergo qualitativamente migliori e con una trama che si dipanava in tempi definiti di un ora circa), prodotti da una sola casa di produzione (quindi artisticamente uniformi) ed il cui target era solo ed esclusivamente quello infantile, a delle serie televisive (ergo di qualita inferiore e con una trama spalmata dalle 24 alle 70 puntate),  prodotte da una miriade di case di produzioni e con target che erano differenziati sia per età che per sesso. Totalmente assurdo.
Ovviamente un articolo di Penthouse non poteva non metterci dentro una tetta...




E la prova incofutabile di tutto ciò sono i razzi fotonici di Venus Alfa e la Marchesa Yanus, di cui i giornalisti manco si sprecano a citare i nomi. E se vedevano la Fujiko Mine della prima serie di Lupin III?!



Certo, nei film di Walt Disney non ci sono robot agganciabili/trasformabili, come non ci sono ne "La principessa Zaffiro" o L'ape Magà", mentre nei cartoni ROBOTICI giapponesi ci sono robot agganciabili/trasformabili. Veramente acuti!




Capitolo 3: Uno scrittore senza il suo doppio

Il capitolo è dedicato agli scrittori per l'infanzia, in particolare a Gianni Rodari, scrittore principe di “libri per bambini”, etichetta della quale non si vergognava, anzi, per lui era un vanto. L'autore, tra i tanti dibattiti con Rodari (di cui era anche amico), ne racconta/ricorda uno avvenuto alla presentazione di un suo libro nel 1973 (“Guardare le figure”), durante il quale lo scrittore scomparso gli stroncò educatamente il libro. Faeti ammette che Rodari aveva ragione, e, aggiungo io, che Rodari nel 1980 aveva azzeccato anche il giudizio sui “Cartoons giapponesi”, mentre Faeti no: 
Dalla parte di Goldrake 

Capitolo 4: Vai oltre il giardino, vedrai la vita in diretta

Viene analizzato il ruolo del bambino nel film “Shining” di Kubrick, come esempio di un nuovo genere di contenuti presenti nei film, nei programmi televisivi e nei fumetti.
Più volte nel libro sono presi ad esempio negativo i “Genitori di Imola”, in quanto emblema dell'illusione che cambiando canale, o vietando alcuni programmi, i problemi della società reale possano scomparire. In questo contesto è analizzato il film di Peter Sellers “Oltre il giardino”, cercando di approfondire il tema del fascino che i programmi televisivi, anche non dedicati solo ai bambini, hanno sui piccoli spettatori.
Il titolo del paragrafo numero tre di questo capitolo tira in ballo Chiaki Imada, presidente di allora della Toei Animation, e nel contenuto Faeti incappa in numerosi scivoloni informativi, tirando fuori, per l'ennesima volta, la questione dei cartoni animati giapponesi fatti al computer.



Essendo la premessa totalmente errata ("I prodotti giapponesi, fin dal momento in cui vengono pensati e progettati... appartengono ad un tipo di cultura fondato sulle più recenti acquisizioni ottenute dall'elettronica"), sia se la si vuole considerare un'allusione ai "cartoni animati giapponesi fatti col computer", sia se si voglia escludere il millenario folkore nipponico come fonte base per la maggior parte delle storie raccontate, tutto il resto perde di senso.
"...si compongono di immagini definite con il sussidio di macchine che non trovano riscontro nei pur fastosi laboratori disneyani...", tutti i cartoni visti fino al 1983 (ed anche successivi), anno di questo libro, erano totalmente disegnati a mano. 
Di nuovo: "Tuttavia la loro DIVERSITA' non è solo riconducibile al fondamento elettronico che di essi costituisce l'inconfondibile matrice.".
Le uniche "diversità" degli anime rispetto ai cartoni visti in Italia fino ad allora erano la trama più coinvolgente, l'azione, personaggi interessanti, musiche eccezionali. In pratica erano semplicemente più belli e divertenti degli altri.



Faeti ammette che i contenuti non sono trascurabili, nonostante "il rilievo elettronico", che NON esisteva!
Negli anime giapponesi si mostra la morte perchè per la cultira giapponese raccontarla non è un tabù neppure verso i bambini, purtroppo si muore... 



Dopo "la violenza elettronica" Faeti accosta Dumbo a Mazinga...


Qui Faeti penso stia facendo un qualche pistolotto alla scuola pubblica italiana, rea di qualcosa che non mi è chiaro.



Capitolo 5: Il sabato del villaggio globale

Questo capitolo è formato da 15 paragrafi, ognuno dei quali è un articolo che era stato pubblicato sul quotidiano “il Manifesto”, in pratica una mega riciclonata. Quello che interessa il team di questa recensione sui “cartoni animati giapponesi” è il terzo: L'infanzia prefabbricata: Candy Candy”.

Già il titolo è tutto un programma, perchè "infanzia prefabbricata"?







Forse voleva essere un articolo divertente, a distanza di tanti anni, nel leggerlo, noto solo tanta confusione...















Capitolo 6: Un occhio di riguardo

Ci si addentra sulle filosofie e valori dei giovani della nuova destra, quanto queste siano state influenzate dai mass media, in pratica viene approfondito il timore esposto nell'introduzone del libro, proiettandolo nel futuro.







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