CERCA NEL BLOG

domenica 24 luglio 2016

Yakuza, un'altra mafia



TITOLO: Yakuza, un'altra mafia
AUTORE: Giorgio Arduini
CASA EDITRICE: Luni Editrice
PAGINE:  670
COSTO: 28€
ANNO: 2016
FORMATO:  21 cm x 14 cm
REPERIBILITA': ancora disponibile a Milano
CODICE ISBN: 9788879844765

Questo saggio è più unico che raro, in quanto il tema della yakuza non è praticamente mai trattato in testi in italiano, nessun libro, inoltre, è tanto attuale come questo. Vecchie pubblicazioni, che non sono riuscito mai a recuperare, arrivano a trattare fino agli anni 70/80, mentre questo libro giunge ai nostri giorni. Infine è dettagliatissimo, tratta sia il punto di vista storico, partendo dal 1100, che i lato sociologico, ma si sofferma molto anche sulle mere questioni di cronaca giudiziaria. Quanto sia dettagliato lo scritto è dimostrato dal numero di note presenti, ben 2552, per un totale di 174 pagine contenenti solo note.
Ecco, una delle due critiche che mi sento di muovere al libro riguarda proprio le note, che non sono poste a fondo pagina, ma alla fine del capitolo, cosa che impone un continuo avanti ed indietro, di cui alla fine ci si stanca, non andando più a consultarle. Più comodo per il lettore sarebbe stato porle a fondo pagina, visto il loro numero mostruosamente alto. L'altra unica critica riguarda l'assenza di un pur minimo dizionario dei termini giapponesi. La prima volta tutti i termini riguardanti la yakuza o la società giapponese sono ben spiegati, solo che un saggio di 670 pagine non si legge in poco tempo, e magari si ritrova un termine 100 pagine dopo oppure un settimana dopo averlo letto. “Bosozoku”, “boryokudan”, “oyabun”, “kobun, “yobitsune” sono tutti termini che più o meno un lettore di materiale sul Giappone ha già sentito, ma tanti altri termini che l'autore spiega mi erano sconosciuti. Aggiungere una decina di pagine con le parole giapponesi più usate nel libro non credo che avrebbe aumentato di molto il costo del libro, ma lo avrebbe reso di certo più facile da leggere. Sia chiaro, la sua lettura non è per nulla difficoltosa, l'autore scrive in maniera comprensibilissima, il mini dizionario sarebbe stata una buona idea, la ciliegina su una torta già squisita.
Mi fermo qui con le uniche due critiche che mi son sentito di muovere, perché per il resto il saggio di Giorgio Arduini è interessantissimo.
Già dall'introduzione, che funge da primo capitolo, ho capito che questo era proprio il libro sulla yakuza che avrei voluto leggere da sempre, infatti l'autore riepiloga i film, telefilm, anime e manga che trattano della yakuza. Quindi si potranno leggere titoli e personaggi che un po' tutti conosciamo.
Il secondo capitolo inizia con un breve riassunto storico che parte fin dal 1100, per arrivare al 1600, in epoca Tokugawa, da cui ricomincia la ricostruzione storica delle origini della yakuza. Infatti i membri di oggi della yakuza si beano d'essere i difensori dei più deboli, come lo erano i briganti del XVII secolo, i “kyokaku” (“persona cavalleresca”). Per spiegarne la figura storica l'autore racconta le storie di due kyokaku: Ude no Kisaburo e Banzuin Chobe.
La pax Tokugawa generò masse di ronin che vagabondavano per il paese, alcuni di loro si riunivano in bande chiamate “kabukimono” (“persone folli”). A questi si unirono gli “hatamoto yakko”, samurai scontenti dal trattamento avuto dai daimyo Takugawa. Tutti questi gruppi sfidavano il nuovo potere costituito imperversando sulla popolazione inerme. A difesa dei cittadini, i “chonin”, cioè i nuovi ricchi mercanti, si schierarono i “machi yakko” (“servitori/difensori della città”). Gli yakuza si ritengono i discendenti dei “machi yakko”, che difendevano i mercanti disprezzati dai Tokugawa. In realtà la yakuza deriva da due gruppi di malviventi dell'era Tokugawa: i “tekiya”, venditori ambulanti che vivevano di piccole truffe; i “bakuto”, gruppi di giocatori d'azzardo.
L'autore spiega dettagliatamente il ruolo ed il significato del nome di questi due gruppi. Tra le tante informazioni e curiosità c'è, ovviamente, anche quella sull'origine del nome yakuza.
Riassumendo un po' la spiegazione originale:
yakuza deriva dal gergo bakuto riguardante il gioco di carte “oicho kabu”, una specie di black jack, dove il massimo del punteggio è 19. Le carte distribuite sono tre, se queste sono un 8-9-3 (ya-ku-san) si ottiene una combinazione inutile e perdente, “senza valore”. Infatti gli yakuza si considerano “senza valore” rispetto al cittadino comune, in quanto è grazie a loro che essi sopravvivono.
In questa prima introduzione al mondo formale della yakuza l'autore descrive altri aspetti:
i tatuaggi; il “mon” (blasone); il rapporto superiore/padre (oyabun)-inferiore/figlio (kobun); il jiri e ninjo tra gli yakuza; il “kao” (prestigio) in relazione con il “jingi” (umiltà); le sanzioni interne alla yakuza.
Riguardo ai tatuaggi si può leggere tutta la storia del loro essere considerati negativi o positivi. Negativi in quanto in più periodi della storia del Giappone marchiavano a vita un delinquente. Tra le tante informazioni interessanti è ben spiegato il legame tra i tatuaggi, i pompieri del periodo Edo ed il mondo della criminalità
Il jingi nasce tra gli artigiani ai tempi dei daimyo. Lo scopo era quello di regolare i rapporti tra artigiani che si incontravano per la prima volta, quindi queste regole di “umiltà” (jingi) evitavano che si creassero dissidi e gelosie. Solo la yakuza ha mantenuto questi protocolli di saluti reciproci.
Sono riportati i rituali jingi tra capi yakuza quando questi si incontrano.
Riguardo le sanzioni interne alla yakuza il capo clan (oyabun) ha la possibilità si punire il sottoposto (kobun) tramite varie gradi di severità. Dalle semplici scuse, alla rasatura del capo, le punizioni corporali, l'espulsione o la morte, oppure la punizione che tutti conosciamo: lo “yobitsume” (taglio/accorciamento del dito).
L'autore spiega la storia di questa pratica, comprese la due discordanti origini, la prima che la fa risalire ai biscazzieri, la seconda alle prostitute.
Nel caso in cui uno yakuza venga semplicemente espulso dal proprio clan (magari momentaneamente) esiste un format della lettera di allontanamento, che si chiama “hamon jo” (“lettera di scomunica”), ed anche una lettera “di ripresa della relazione”, la “fukuen jo”.
L'atto che suggella la fratellanza tra due yakuza si chiama “sakazuki shiki” (“la cerimonia delle tazze di sake”), ha anche lo scopo di sancire una alleanza o serve come cerimonia per l'ingresso di nuovi membri. 



L'ultimo paragrafo spiega come in epoca Tokugawa le ingiustizie subite dai fuori casta (eta e hinin) li spinsero a far parte, a vario titolo, della nascente yakuza. Durante questa esauriente trattazione viene spiegata (da pagina 108 a pagina 115) l'origine storica degli eta, risalente già all'epoca Yamato, e poi modificatasi (in peggio) in epoca Nara. Sui burakumin l'autore tornerà nel quarto capitolo, quello più a carattere sociologico.
Il terzo capitolo è prettamente storico, e consta di 210 pagine, partendo dall'era Tokugawa, per arrivare fino ai giorni nostri. Ovviamente si passa da una narrazione storica, il passato remoto e recente del Giappone, ad una cronaca giudiziaria, dagli anni 50 ad oggi, in cui gli scandali di corruzione politica e gli scandali finanziari si susseguono uno all'altro. 

Per il capitolo sono utilizzati i dati della polizia giapponese, che è usa fare sondaggi ed interviste (tutti in forma anonima) all'interno delle file degli yakuza, inoltre vengono utilizzati gli elenchi ufficiali coi membri delle varie bande, consegnati direttamente dai vari clan alla polizia. Questa cosa mi ha sempre sbalordito, non riuscendo ad immaginare un atteggiamento simile dalle varie mafie italiane.
La yakuza in quanto tale nasce in epoca Takugawa, nel periodo finale, in cui alcuni daimyo iniziano a ribellarsi allo shogunato e a perorare il ritorno dell'imperatore al comando della nazione. E' in questo contesto che alcuni oyabun, tra cui Yamamoto Chogoro (chiamato anche Shimizu no Jiroro) si schiera con la fazione pro Tenno, ottenendo, al momento della restaurazione Meiji, parecchi benefici.
L'autore ben evidenzia i rapporti tra yakuza e nazionalisti, estremisti di destra e militaristi, nati dall'inizio dell'era Meiji, che portarono la yakuza a fare affari d'oro nei futuri possedimenti coloniali. Fu nel 1881 che si instaurarono i primi rapporti stabili tra nazionalisti e yakuza, con la nascita della “Genyosha” (“Società dell'oceano tenebroso”), la prima di una serie di associazioni segrete, che permise anche la collaborazione della yakuza con entità statali, come accadrà con la famigerata Kenpei Tai.
La Genyosha era diretta da Toyama Mitsuro, che utilizzò la yakuza sia per lo spionaggio (interno ed estero) che per la battaglia politica, sfruttando i metodi violenti dei malavitosi per conquistare voti con l'intimidazione, e si era solo nel 1892. La yakuza serviva anche per tenere a bada le rivendicazioni di contadini ed operai, come successe in Sicilia con la mafia.
La yakuza e le organizzazioni reazionarie (spesso segrete), legate ai partiti nazionalistici, avevano numerosi punti di contatto ideologici, che l'autore elenca dettagliatamente (pagina 160).
Viene spiegato quanto e come la yakuza partecipò all'espansione coloniale, specialmente in Cina, dove partecipavano ad ogni affare economico, lecito o meno che fosse.
Durante la guerra ci fu un momentaneo indebolimento del rapporto tra yakuza e potere costituito, in quanto lo Stato pretendeva che la fedeltà fosse solo verso il Tenno, e non anche per il proprio oyabun.
Terminata la guerra la yakuza riuscì a risollevarsi grazie al mercato nero e al mercato della prostituzione indotto dalla presenza americana, gli occupanti statunitensi non si resero subito ben conto di quanto essa stesse tornando potente.
Da questo punto in poi è ripercorsa la storia del Giappone moderno, ovviamente dal punto di vista degli affari della yakuza, compresi quelli con esponenti politici ed economici. Quindi si potranno leggere sia fatti di semplice cronaca legati a scontri tra diversi clan, che scandali di corruzione politica ed economica dagli anni 50 fino ai giorni nostri. La lettura di tutto questo malaffare farà spesso tornare in mente la situazione italiana, perché, a mio avviso, le similitudini sono molte.
La pratica della “sokaiya” (“uomini delle assemblee”) nasce fra gli anni 60 e 70, le vittime sono addirittura le grandi conglomerate, le “keiretsu”. Questi sokaiya si recavano (pratica ancora esistente) alle assemblee degli azionisti, in qualità di azionisti, per ricattare i suoi membri. Gli yakuza, preventivamente, avevano fatto indagini sulla società sotto tiro, una volta scoperto qualche scandalo minacciavano di rivelarlo durante l'assemblea degli azionisti. Per il loro silenzio la società per azioni pagava al clan una sostanziosa donazione. Quindi non si parla solo di ricatti a piccoli negozianti, che non avevano i mezzi per opporsi, ma di ricatti verso enormi keiretsu con decine di avvocati al loro servizio, senza contare i rapporti con uomini politici. Ma tutti, o quasi, pagavano per non avere fastidi, questa era la prassi fino a qualche anno fa.
Nel passare degli anni e dei decenni cambia il panorama economico del Giappone, cambiano le leggi che cercano di contrastare la yakuza, e cambiano le strategie della yakuza per mantenersi economicamente. Tutto questo modificarsi degli eventi è ben presentato dall'autore, che ci mostra tramite singoli casi specifici, il modificarsi della scena politico/mafiosa.
Benché io non mi addentrerò a nominarle, l'autore entra nello specifico dei vari clan, nomi, numero di aderenti, zone di influenza, guerre tra i clan etc etc, tutto il classico armamentario riguardante la presa ed il mantenimento del potere mafioso.
Nonostante fosse già di mia conoscenza il fatto, mi ha lo stesso sorpreso leggere che la polizia e la magistratura sappia i nomi degli appartenenti ai vari clan, con tanto di liste ufficiali emesse dalle stesse bande, che hanno addirittura uffici pubblici e fanno conferenze stampa. I politici possono essere amici dei boss, cercano di evitare che ciò sia di dominio pubblico, ma tendenzialmente si giustificano dicendo che non erano al corrente che tal dei tali fosse un oyabun.
Come già accennato sopra la polizia usa lo strumento dell'intervista anonima o del sondaggio, trovo incredibile che lo yakuza risponda, e le risposte siano utilizzate allo scopo di comprendere il fenomeno yakuza e cercare di combatterlo.
Largo spazio è dedicato alla legge anti yakuza del 1992 e successive modifiche avvenute negli anni successivi. Questa legge, chiamata “Botaiho”, evidenzia come il legislatore pare non si ponesse l'obbiettivo di eliminare la yakuza, ma di darle solo una calmata, in quanto negli anni precedenti le violenze erano aumentate, con relative critiche della popolazione verso polizia e politici.
Per esempio la Botaiho non contempla la confisca dei beni illeciti guadagnati dalla banda, senza menzionare l'assurda formula matematica che serve a valutare se un clan sia diventato troppo grosso, e quindi troppo pericoloso.
Le varie bande esposero pubblicamente il loro dissenso verso questo progetto legislativo, e tramite i loro avvocati fecero ricorso per presunta incostituzionalità della legge.




Tra le cose che ho appreso da questo libro c'è il fatto che anche la yakuza uccida poliziotti o personaggi importanti, ero convinto che non si azzardassero a mosse temerarie come queste, differenziandosi dalle mafie italiane. Certo, non fanno esplodere tratti delle autostrade, palazzi o monumenti, non uccidono i politici che li tradiscono o li osteggiano con la facilità delle nostre mafie, ma anche in Giappone, occasionalmente, poliziotti e politici sono stati uccisi.
Solitamente i poliziotti vengono uccisi quasi casualmente, in scontri tra bande, mentre qualche politico o uomo d'affari viene punito per un tradimento. Nella primavera del 2007 venne ucciso il sindaco di Nagasaki, ma viene spiegato che il movente non fu politico, ma assolutamente banale, quasi incredibilmente banale: il sindaco rifiutò ad un boss l'indennizzo per un presunto incidente d'auto...
Detto ciò, mi pare che, per quanto i cittadini giapponesi siano lecitamente preoccupati del fenomeno yakuza, questo sia sotto il controllo dello Stato giapponese, che gli lascia un certo spazio di manovra, in modo da tenere monitorate le varie bande.
Per esempio, per i nostri canoni “mafiosi”, fa fin sorridere che l'autore quantifichi come “poderoso” un sequestro d'armi (avvenuto nel gennaio 2003) costituito da ben 20 armi da fuoco (tra cui alcuni fucili) e ben 540 proiettili!
Probabilmente da noi quelle sono le armi sequestrate a 2 o 3 malavitosi da quattro soldi...
Nel lungo e minuzioso riepilogo dei crimini della yakuza, sono menzionati anche quelli per accaparrarsi i fondi della ricostruzione dopo il triplice disastro ambientale del marzo 2011. Tra le notizie che fecero scandalo anche quella dei lavoratori “assunti” per mettere in sicurezza la centrale di Fukushima, che in alcuni casi furono assoldati dalla yakuza. La cosa terribile è che questa pratica esisteva da prima dell'incidente, e le varie Tepco accettavano quella manovalanza a basso costo procurata dalla yakuza.
Alla fine del capitolo storico c'è un paragrafo che riporta le teorie complottistiche in cui si pensa sia coinvolta la yakuza, una di queste teorie la affianca alla setta Aum Shinrikyo (LINK), da leggere.
L'ultimo capitolo è quello più di carattere sociologico, in cui l'autore si addentra in tematiche molto attuali, inerenti sia la struttura e le dinamiche sociali interne alla yakuza, che il suo rapporto con la società giapponese.
Il primo paragrafo entra nel dettaglio dell'organizzazione interna e dell'organigramma della yakuza moderna. Tema in parte già trattato nel secondo capitolo, ma qui si specificano i ruoli di ogni figura del clan. Sono spiegate le tipologie di organigramma (ordine gerarchico piramidale; sistema a tronco piramidale), che variano in base alle esigenze e alle dimensioni delle bande. L'autore illustra la “mansione” di ogni figura intermedia, e per ogni termine giapponese è presente una traduzione e una breve spiegazione del contesto in cui opera e delle dinamiche con gli altri membri della banda.
Tra le tante figure dei clan che l'autore ci presenta non manca quella tanto cara ad anime, maga e film live, il “teppodama” (“palla di fucile” o “proiettile”), chiamato più modernamente “hittoman”, cioè il sicario della yakuza, che si occupa anche della difesa del suo oyabun.
Ancor più dettagliato, se possibile, il paragrafo dedicato all'arruolamento di nuovi adepti, che tratta l'argomento da vari punti di vista. Essendo i giovani a divenire nuovi membri, questo fatto dimostrerebbe la sconfitta della società giapponese, che non riesce a tenere nella legalità parte delle nuove generazioni. Quindi mi ha sorpreso, ma nel contempo convinto della sua sensatezza, la considerazione che la yakuza e la polizia abbiano uno scopo comune nell'arruolamento dei giovani sbandati in una banda criminale locale: impedire la nascita di criminali indipendenti.
La yakuza evita la concorrenza, la polizia può controllare meglio i singoli delinquenti, se questi sono inquadrati in una organizzazione ben conosciuta e con un capo a cui fare riferimento.
Essendo il degrado sociale a spingere un giovane ad entrare nella yakuza, l'autore illustra da quali aree sociali provengono le nuove reclute. In questo contesto si sofferma molto sui burakumin (anche storicamente), e su quanto le discriminazioni subite li abbiano incentivati ad entrare nelle organizzazioni malavitose. Altro punto debole della società nipponica è la scuola, con il suo elevato livello di stress da esami, la concorrenza sfrenata per essere ammessi alle scuole più importanti, ed il bullismo. Fattori che tutti assieme sono causa dell'abbandono scolastico, che è sfruttato dalla yakuza.
Largo spazio è dato all'approfondimento sulle bande di motociclisti, le “bosozoku”.
Un paragrafo è dedicato anche all'aspetto femminile della delinquenza giapponese, dalle bande di ragazze minorenni, alle mogli degli yakuza, con il loro ruolo di supporto e collaborazione all'attività delinquenziale.
Molto approfondito il paragrafo dedicato a come lo yakuza si presenta e viene presentato dai media, compreso quanto sia cambiato lo stile di uno yakuza. Non ci si sofferma solo sull'abbigliamento ed il comportamento di un “vero yakuza”, ma anche sugli “strumenti di lavoro” tipici e la rappresentazione veicolata dai media. Ho scoperto che esistono addirittura delle riviste sulla vita della bande yakuza, chiamate “jitsuwashi”, che hanno dato vita un filone giornalistico specifico, il “gokudo janalisumo”. Pare che queste riviste siano consultate sia dalla polizia, in cerca di qualche informazione, sia dagli stessi aderenti alle bande, per monitorare se il prestigio del proprio clan sia stato messo in dubbio.
Molto corposa è la ricostruzione critico-cinematografica sui film “yakuza eiga”, che parte dagli anni 20 ed arriva fino ai nostri giorni.
Il saggio si conclude con il paragrafo inerente i vari campi di interesse della yakuza:
traffico e spaccio di droga; mercato del sesso; gioco d'azzardo e scommesse; illegali; contrabbando di armi; taglieggio delle aziende; mondo dello spettacolo ed intrattenimento; furti e rapine.

L'indice del saggio.








5 commenti:

  1. Giorgio Arduini23 ottobre 2016 12:39

    Ciao, sono l'autore. Grazie per la recensione. Sono d'accordo con la Tua critica riguardo le note a piè di pagina, ma l'impaginazione sarebbe stata impossibile (ci sarebbero state intere pagine di note a piè di pagina: un nonsenso); proporrò un vocabolario per l'eventuale seconda edizione. Come posso contattarti in pvt? Qui sul tuo blog non ho trovato la tua mail. Grazie. Ciao. Giorgio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao.
      Per quanto possa sembrare poco "social" preferisco non mettere miei contatti qui sul blog :]
      E poi, sinceramente, quando ho aperto il blog, non pensavo che qualcuno mi avrebbe voluto contattare ^_^
      Se tu hai una mail pubblica a cui posso scrivere, ti contatto io ;)

      Elimina
    2. Giorgio Arduini23 ottobre 2016 13:13

      Per evitare di lasciare sul web mail personali ti invito alla presentazione del libro che farò sabato 29 ottobre a Torino alle ore 17 c/o CBT Academy (a 10 minuti dalla stazione di Porta Nuova) nell'ambito del Festival della Criminologia, così avremo occasione di conoscerci. A fine gennaio, probabilmente, sarò a Milano.

      Elimina
    3. Non mettiamo le mail per il medesimo motivo ;)
      Ti ringrazio per l'invito, sei molto gentile ^_^ ma il 29 ottobre sarò a Lucca.
      Quando saprai la data esatta della tua presenza qui a Milano, scrivimela qui, se potrò ci sarò di sicuro ;)

      Elimina
  2. Giorgio Arduini23 ottobre 2016 13:47

    Bene. Ti terrò aggiornato. Ciao.

    RispondiElimina